Tre leader per tre partiti: un’indagine sul gradimento dei leader del PD

26 settembre 2017 - di Twig

di Luciano M. Fasano e Paolo Natale

I dieci anni di vita del Partito Democratico, che abbiamo cercato di sintetizzare nel nostro “L’ultimo partito” (Giappichelli, 2017), sono stati particolarmente travagliati e ondivaghi, anche a causa della rapida successione, in un così breve lasso di tempo, di ben tre leader politici che ne sono stati alla guida: Veltroni, Bersani e Renzi, i tre vincitori delle primarie del 2007, 2009 e, per Renzi, 2013 e 2017. Tre leader, dunque, ciascuno dei quali espressione di una diversa concezione di partito e sostenuto da anime e correnti politiche di differente ispirazione.

Veltroni, segretario all’epoca della nascita del PD, ha da principio favorito la costruzione di un partito “amalgama”, in cui centrale risultava il rapporto con gli elettori: i retaggi delle tradizioni comunista e democristiana avevano trovato una loro provvisoria composizione grazie a una nuova sintesi che riusciva a tenere insieme posizioni moderate e di sinistra, sensibilità cattolica e laica. Un’amalgama che poggiava sulle peculiarità della leadership veltroniana, capace di combinare l’anima etica ed egualitaria della sinistra radicale con quella liberal-democratica di un centro-sinistra di ispirazione riformista.

Bersani si è invece fatto promotore del ritorno a un partito “vecchio stile”, in cui tornava a contare il territorio, con i suoi iscritti e i suoi gruppi dirigenti, e che guardava soprattutto al mondo del lavoro, privilegiando il rapporto con il sindacato e i tradizionali insediamenti sociali. Un partito in cui l’anima liberal-democratica veniva sacrificata, per lasciare spazio a un’intesa più stretta fra quella socialdemocratica e quella etica ed egualitaria.

Con Renzi, infine, si affermava un partito di stampo pragmatico, che da un lato tornava a valorizzare il rapporto con gli elettori e dall’altro indirizzava la sua iniziativa politica soprattutto verso l’azione di governo e la realizzazione delle riforme. Un partito post-ideologico, in cui venivano accantonate le prime due anime, per lasciare spazio alla sola anima liberal-democratica, che in tal senso ha rappresentato la vera cifra politica del nuovo corso.

 

Ma qual è stato il gradimento personale di questi tre leader?

Come è facilmente intuibile dalla figura, e come accade peraltro spesso per molti uomini politici, il tratto caratteristico che emerge è la comune tendenza al ridimensionamento nel tempo della fiducia degli elettori nei tre segretari. Sono stati qui considerati, ovviamente, non soltanto i simpatizzanti del Partito Democratico, bensì l’elettorato italiano nel suo complesso, per comprendere la capacità di Veltroni, Bersani e Renzi di ottenere potenziali consensi provenienti anche da forze politiche differenti.

Le linee di tendenza sono inequivocabilmente declinanti per tutti, in maniera più o meno rapida, ma è interessante sottolineare come sia Veltroni che, soprattutto, Renzi siano stati in grado, all’inizio del loro mandato, di suscitare parecchio favore in una quota significativa di italiani, superiore al 60% di tutti gli elettori. Mentre però il primo segretario del Pd è uscito presto di scena, le grandi aspettative che circondavano Renzi, almeno nel suo primo anno da segretario-premier, non sono proseguite nel periodo successivo, dando luogo al contrario ad una costante contrazione dei consensi, scesi addirittura sotto il 30% nel periodo referendario (dicembre 2016).

Per Bersani il discorso è invece piuttosto differente. Fin dalla sua nomina a segretario (ottobre 2009), la fiducia nella sua figura non è mai stata particolarmente elevata, ed il suo declino nel tempo non appare dunque così drastico come quello di Renzi. Ma il suo punto conclusivo, singolarmente, è esattamente uguale al suo successore, durante il primo mandato.

Per certi versi, la storia personale dei 3 leader del PD riproduce in nuce proprio quella del loro partito: capace di suscitare inizialmente forti aspettative, ma con una decisa difficoltà a mantenerle costanti nel tempo.

 

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Gli autori

Luciano M. Fasano è docente di Scienza politica e Istituzioni politiche e processi decisionali nell’Università degli Studi di Milano. I suoi numerosi saggi vertono su partiti e sistemi di partito, comportamento elettorale, rappresentanza democratica e degli interessi organizzati.

Paolo Natale è Professore al Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università degli Studi di Milano dove insegna Metodologia e Survey Methods. Tra gli ultimi volumi pubblicati, “Politica a 5 Stelle (con R. Biorcio) e “Attenti al sondaggio!”

Il loro ultimo libro L’ultimo partito. 10 anni di partito democratico (2017) ricostruisce, attraverso un’approfondita analisi di tutte le componenti del partito (elettori, iscritti, delegati e organi dirigenti), il percorso decennale del PD, per cercare di capire quale sarà il suo futuro, e quale il futuro della democrazia rappresentativa in Italia.

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